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 Padre Pio 
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Post Re: Padre Pio
TESORI SPIRITUALI

Nonostante le grandi sofferenze fisiche e morali dovute pure alla lotta che egli deve affrontare con le forze del male, padre Pio elargisce, nelle sue lettere alle figlie spirituali, autentici tesori di insegnamento cristiano. Sempre a Raffaelina Cerase egli scrive, martedì santo, 30 marzo del 1915: "Vivete tale che il Padre celeste possa gloriarsi di voi, come lo fa e lo è di tante anime elette al pari della vostra. Vivete in modo che in ogni istante possiate ripetere coll'apostolo San Paolo:[Siate miei imitatori, come io lo sono di Gesù Cristo](Cor 4,16;11,1). Vivete in modo, ripeto, che il mondo ancora possa forzatamente dire di voi:[Ecco il Cristo]. Oh! non trovate, per carità, esagerata questa espressione! Ogni cristiano, vero imitatore e seguace del biondo Nazzareno, può e deve chiamarsi un secondo Cristo, del quale in modo assai eminente ne riporta tutta l'impronta. Oh! Se tutti i cristiani vivessero a secondo della loro vocazione, la terra stessa di esilio si muterebbe in un paradiso".
Padre Benedetto da San Marco in Lamis, viene a conoscenza del fatto che padre Pio ha cambiato confessore, affidandosi, ora, al caro don Salvatore Pannullo da lui chiamato amabilmente:"Zi Tore". E allora gli chiede, in una lettera datata 10 aprile, quali motivi lo hanno spinto a trovarsi un nuovo confessore senza chiedere prima il beneplacito a Lui. Il tono è di quelli severi, ma, con un rinnovato invito di tornare a vivere tra le mura di San Francesco, viene poi stemperato in un saluto affettuoso. La risposta di padre Pio non si fa attendere e, in una lettera densa di tenerezza filiale così risponde il 15 aprile:
"...Il confessore poi da me scelto è il parroco, e grazie a Gesù, ho trovato un pochino di conforto. Le ragioni sono diverse, che mi dettero la spinta ad abbandonare il mio vecchio confessore e né varrei a farle intendere se mi volessi provare a metterle in carta; mi prometto di dirvele tutte a voce oppure notificarvele a mezzo di qualche persona,che il Signore vorrà mandarmi. Mi limito qui a dirvi che la ragione principale si fu che a quel mio confessore diede di volta il cervello e pur questo gli si ripeteva spesso anche nel tribunale della mia coscienza e questo specialmente allorché io sentivo più bisogno di aiuto".
Ma è sempre con padre Agostino che il frate di Pietrelcina apre il suo cuore di figlio spirituale manifestando finalmente i segreti più reconditi del suo cuore. E lo fa con asserzioni e confidenze che esprimono un cuore fortemente travagliato dal desiderio di amare il suo Dio. Il 15 aprile padre Pio scrive così al suo direttore spirituale ed amico fraterno: "E' questa una delle più acute spine che nell'ora presente mi trafigge in modo da ridurmi in agonia. Che significa tutto questo? Forse il Signore non vuole più farsi amare da me? E se questo non è vero, perché il desiderio di amare Iddio supera di molto il fatto stesso di amarlo? Perché Iddio che è sì buono con le sue creature, ricusa di farsi amare quando l'anima ne desidera? Deh, ditemi, per carità, perché l'anima più sente il desiderio di amare e nonostante gli sforzi che ella fa di amare quanto già desidera, sente in sé stessa farsi un vuoto tale quasi che ella non avesse mai amato? Or ditemi, senza umani riguardi, o padre mio, non è desso propriamente un segno assai manifesto che l'anima mia è priva di amore pel suo Dio? Per amor del cielo, ditemi e ditemi tutto, senza nulla nascondermi! Morrò io, dunque, senza aver amato mai il mio Dio? o senza averlo amato quanto io il desidero? Tutto questo mi fa piangere come un bambino ed il più delle volte senza neanche volerlo...".
Padre Pio continua, nella sua amata Pietrelcina, a vivere una meravigliosa stagione spirituale che lascerà ampie tracce sui suoi ricordi finanche a San Giovanni Rotondo dove pure il suo carisma sarà conosciuto ed irradiato in tutto il mondo. Egli può godere l'incommensurabile privilegio delle apparizioni di Gesù. Lo ricorda, scrivendo a padre Benedetto di San Marco in Lamis il 21 aprile del 1915, in una lettera nella quale accenna ancora ad uno strano fenomeno: "Pure quando sono con Gesù mi avviene di dimandare a Gesù cose, delle quali non ebbi mai in mente; di presentargli pure cioè delle persone che non solo non ho avuto mai in mente, ma quello che più mi arreca meraviglia, che di tali persone non ebbi mai conosciuto e mai ne ho sentito dire".

In realtà il Padre si trova molto spesso ad affidare al Signore, non solo nelle preghiere, ma anche negli incontri personali con Lui, anime che non ha mai visto, né incontrato e che a volte vede solo in visione, non pregando per altri che si sono affidati a Lui. Un fenomeno, questo, che lo accompagnerà per tutta la sua esistenza. Tante persone sofferenti che hanno avuto il privilegio della sua amicizia, non hanno beneficiato di grazie o guarigioni. Altri, invece, anche senza rivolgersi a padre Pio, sono guariti miracolosamente.

Intanto le sofferenze aumentano sia per una forte emicrania che lo accompagna da un po' di tempo, sia per il dolore della guerra che penetra fino al profondo del suo animo.

Ascoltiamo ciò che scrive, sempre a padre Benedetto, il 27 maggio 1915: "Da più giorni sono afflitto da fortissimi dolori di testa, che mi rendono impotente a qualsiasi applicazione. Gli orrori della guerra mi sconvolgono quasi il cervello: l'anima mia è posta in un'estrema desolazione...Questa benedetta guerra, sì, sarà per la nostra Italia, per la chiesa di Dio una purga salutare: si risveglierà nel cuore italiano la fede, che se ne stava lì rincantucciata e soffocata dalle pessime voglie; farà sbocciare nella chiesa di Dio, da un terreno quasi inaridito e secco, bellissimi fiori; ma, mio Dio!, prima che ciò avvenga, qual dura prova a noi è serbata".
Il 1° luglio padre Pio scrive una bellissima lettera a padre Agostino, soffermandosi in una lunga, commovente e delicata riflessione sul valore della croce:"Quanto è dolce, Padre, il nome croce!; qui, appié della croce di Gesù, le anime si rivestono di luce, si infiammano di amore; qui mettono le ali per elevarsi ai voli più eccelsi. Sia detta croce anche per noi sempre il letto del nostro riposo, la scuola di perfezione, l'amata nostra eredità. A tal fine badiamo di non separare la croce dal'amore a Gesù; altrimenti quella senza di questo diverrebbe un peso insopportabile alla nostra debolezza. La Vergine Addolorata ci ottenga dal suo santissimo Figliuolo di farci penetrare sempre più nel mistero della croce ed inebriarci con lei dei patimenti di Gesù. La più certa prova dell'amore consiste nel patire per l'amato, e dopo che il Figliuolo di Dio patì per puro amore tanti dolori, non resta alcun dubbio che la croce portata per lui diviene amabile quanto l'amore".
La santissima Vergine ci ottenga l'amore alla croce, ai patimenti, ai dolori ed ella che fu la prima a praticare il vangelo in tutta la sua perfezione, in tutta la sua severità, anche prima che fosse pubblicato, ottenga a noi pure e dessa stessa dia a noi la spinta di venire immediatamente a lei d'appresso.

Nella lettera successiva, scritta il 10 luglio, padre Pio comunica a padre Agostino il piccolo segreto per arrivare al cuore di Gesù: "Gesù si compiace comunicarsi alle anime semplici; sforziamoci di fare acquisto di questa bella virtù, abbiamola in gran pregio. Gesù disse:" se non vi fate come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli". Ma prima di insegnarlo a noi con le parole l'aveva praticata lui stesso col fatto. Si fece bambino e ci diede l'esempio di quella semplicità che poi avrebbe insegnato anche con le parole....La pace è la semplicità dello spirito, la serenità della mente, la tranquillità dell'anima, il vincolo dell'amore".
L'estate del 1915, invece di sollevare padre Pio dalle sue continue sofferenze fisiche e soprattutto spirituali, lo debilita a tal punto che Egli più di una volta si abbandona quasi al desiderio della morte. Le sue lettere a padre Agostino ed alle figlie spirituali hanno l'identico sentire. A Raffaelina Cerase egli scrive il 14 luglio una lettera nella quale apre il suo cuore colmo di pene: "E' una crisi terribile quella che attraverso, ed ignoro quello che mi è serbato. La crisi che attraverso è più spirituale che corporale, ma non è meno vero che tutto il fisico non senta e non partecipi in modo affatto straordinario a tutte le sofferenze di quello, e tanto l'uno che l'altro concorrono a farmi marcire nel dolore. Ahimé! Chi mi salverà da questo carcere tenebroso! chi mi libererà da questo corpo di morte. Ma viva Iddio nel più alto dei cieli! Egli è la mia fortezza, egli è la salute dell'anima mia, egli è la mia porzione in eterno. In lui spero, in lui confido e non temerò male alcuno".
Cinque giorni dopo, scrivendo a padre Agostino da San Marco in Lamis, ancora una volta erompe in un lamento che è anche una preghiera al Signore: uno stato d'animo che da tempo lo accompagna, inseparabilmente, in un itinerario di ascesi spirituale che, come un crogiolo, lo terge preparandolo all'altissima missione che svolgerà poi, secondo i piani di Dio, nel piccolo eremo di San Giovanni Rotondo su Gargano:

"(Quare posuisti me contriarium tibi, et factus sum mihimetipsi gravis?). Questo è il grido che emette l'anima mia dal fondo della sua miseria in cui è posta dal suo Dio. La mia anima è posta dal Signore a marcire nel dolore. Il mio stato è amaro, è terribile, è estremamente spaventoso. Tutto è oscurità intorno a me e dentro di me: oscurità nell'intelletto, affilizioni nella volontà, angustiato sono nella memoria; il pensiero della sola fede mi regge in piedi: nell'intimo sono tocco di dolore, ed in pari tempo afflitto ed ansioso di amore divino...".
Proseguendo, nella sua lunga missiva all'amico e direttore spirituale padre Agostino, così egli lamenta:
"Sopra di me, o padre, si è confermato il furore dell'altissimo e tutte le onde ed i flutti, al dir del profeta, si scaricarono sopra di me. Iddio ha allontanato da me gli amici e conoscenti e tutti mi prendono in abominazione.
Mi trovo solo a lottare ed a piangere, sia di notte che di giorno: il padre provinciale, a cui in questi giorni ancora ho confidato tutto il mio stato, mi serba perfetto silenzio e non so il perché: il confessore mi sgrida, ed io non trovo consolazione veruna nelle sue lunghe prediche che mi fa al riguardo...Sono proprio solo, come vedete, a salire la vetta del Calvario, privo di ogni celeste e di ogni umano conforto. Potessi almeno pregare e gridare! Gesù sembrami che rifiuti la mia orazione: egli mi minaccia e mi trae fra le tenebre e non alla luce".


03 lis 2009 13:23
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Post Re: Padre Pio
LE ORME DI GESU' SUL CALVARIO

Padre Pio trascorre molti giorni ammalato ed immobilizzato nel proprio letto di dolore. Finalmente, dopo un lungo periodo di sofferenza, il 28 luglio comincia a vivere di una nuova vita. Intanto il suo primo pensiero è quello di recarsi a Napoli per una visita medica per avere un certificato per mezzo del quale potrà essere esentato dal rischio di essere richiamato alla milizia. Ma il viaggio è sconsigliato da padre Agostino, il quale intende tranquillizzare il frate scrivendogli che egli sarà certamente riformato.
Ma le pene che accompagnano padre Pio non si attenuano. Il 4 agosto del 1915, ancora una volta padre Agostino raccoglie le confidenze del cuore travagliato di questo giovane frate che, a passi spediti, segue le orme di Gesù sul Calvario:

"Sto per essere schiacciato sotto il peso delle tribolazioni. Il mio spirito continua ad alimentarsi di fiele e di amarezza e non vi è chi possa consolarlo. La desolazione è estrema e non so se potrò scamparla. Mi sento venir meno le forze: quest'ora suprema per l'anima mia non so se potrò viverla a secondo del cuore di Dio. Il solo pensiero della misericordia del Signore è quello che mi fa stare ancora in piedi. Ma continuerà a sorreggermi ancora? Non diffido della bontà del Signore, ma me lo fa temere la mia fiacchezza e la mia ingratitudine verso tante grazie che egli mi va compartendo".
A questa lettera, padre Agostino risponde il 6 agosto con dolcissime parole con le quali esorta, il diletto figlio spirituale a continuare il duro cammino della sua passione: "Il Signore vuole da te cotesta croce: Gesù ti vuole con sé sul Calvario: dunque?...dunque, per quanto possa essere insopportabile il dolore dello spirito, il pensiero che Dio lo vuole deve sorreggere il medesimo spirito".
Nonostante i suoi profondi travagli spirituali derivati anche dal frequente silenzio del ministro provinciale, padre Benedetto da San Marco in Lamis, e malgrado le precarie condizioni di salute, padre Pio intrattiene continui rapporti epistolari con padre Agostino e con tante figlie spirituali protese nel cammino di perfezione cristiana. La sua direzione sarà per molte di loro il viatico di un autentico itinerario mistico. Oltre a Raffaelina Cerase e sua sorella Giovina, si ricordano: Margherita Tresca, che sarà poi suora Brigidina, le sorelle Campanile, Maria Zicari, Maria Gargani, Assunta Di Tomaso, Annita Rodote e tante, tante altre.

Ad Annita Rodote, legata da amicizia spirituale con Raffaelina Cerase, padre Pio scrive il 27 agosto del 1915 una lettera nella quale la invita a vivere spiritualmente l'esperienza di Gesù nel Getsemani:
"Ma facciamoci animo, o Annita, diamo uno sguardo al divino Maestro che prega nell'orto, e scopriremo la vera scala che unisce la terra al cielo; noi vi scorgeremo che l'umiltà, la contrizione, la preghiera, fanno scomparire questa distanza che passa tra l'uomo e Dio, e fanno sì che Dio discende insino all'uomo e che l'uomo s'innalzi insino a Dio, sicché si finisce coll'intendersi, coll'amarsi, col possedersi. E questo gran segreto insegnatoci da Gesù colle parole e col fatto, io vi invito nel dolcissimo Gesù a praticarlo sempre, tenendo per fermo che dove nelle tenebre dell'uomo coll'uomo chi paventa innanzi al suo nemico, chi è ferito, chi è stramazzato a terra, chi versa il sangue, si ha come vinto, come perduto; nelle lotte, invece, dell'uomo con Dio avviene tutto il rovescio. Colui che trema innanzi a Dio, colui che oppresso sotto il peso della tribolazione, abbattuta alla vista delle profonde ferite che in lui hanno fatto i propri peccati, trascina la sua fronte nella polvere, si abbassa, su umilia, piange, grida, sospira e prega, costui è che vince, che trionfa di Dio e l'obbliga ad usargli misericordia, quando più sdegnato gli pareva".
Il 7 settembre, scrivendo a Raffaelina Cerase, padre Pio si esprime con sentimenti di grande tenerezza e soavità nei confronti di Gesù che Egli chiama "dolcissimo amante delle anime nostre", invitando la giovane e ricevere "il pane degli angeli con una gran fede e con una gran fiamma di amore".

"Felici noi, o Raffaelina, se arriveremo a ricevere dal Signore della nostra vita di essere consolati di questo bacio! Allora sì che sentiremo essere la nostra volontà sempre legata indivisibilmente con quella di Gesù, e niuna cosa al mondo ci potrà impedire di avere un volere che non sia quello del divin maestro. Allora solo possiamo dire, o mio Dio e mia gloria: Sì, o amante divino, o Signore della nostra vita, "le vostre mammelle sono migliori del vino, e spirano l'odore dei più squisiti profumi"(Ct 1,1).
"...L'anima allorquando viene dal dolcissimo Signore fatta degna di poter pronunziare le suddette parole, come le pronunziò la sposa dei Cantici, ella sente una tale soavità, che essa ben s'accorge che Gesù l'è vicinissimo. Tutte le sue potenze sono poste allora in una calma sì perfetta, che a lei sembra di posseder Dio tanto quanto essa possa desiderare. Ella viene quasi a toccare con mano il nulla che sono tutte le cose di questo basso mondo".

....continua....


03 lis 2009 13:24
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